Al Museo nazionale di Varsavia ci sono due quadri dipinti nello stesso anno, il 1754, dallo stesso pittore. Tadeusz Kuntze era un polacco cresciuto a Cracovia e formatosi a Roma; a commissionargli le due tele fu un vescovo, Andrzej Załuski, che le volle in coppia. Una si intitola Fortuna, l'altra L'Arte. Nate per parlare del caso e del talento, a guardarle oggi raccontano con sorprendente precisione un'altra storia: che cosa accade quando una persona decide di chiedere aiuto per la propria sofferenza.

Il 10 ottobre è la Giornata mondiale della salute mentale. Da oltre trent'anni serve a ricordare che il disagio psichico riguarda tutti e che chiedere aiuto non dovrebbe essere motivo di vergogna. Eppure una frase resiste: «dallo psicologo ci vanno i matti». In seduta ritorna spesso in forme più gentili, come «non avrei mai pensato di arrivare a questo» o «dovrei farcela da solo», ma il sottinteso è lo stesso: chi inizia una psicoterapia avrebbe fallito in qualcosa. I due quadri di Kuntze suggeriscono il contrario.

La folla intorno alla Fortuna

Tadeusz Kuntze, Fortuna (1754)

Al centro della prima tela una donna nuda si regge su un piede in cima a una sfera. Ha gli occhi bendati, i capelli e il velo gonfi di vento, e stringe al petto corone e scettri. È la Fortuna, che distribuisce i suoi doni senza guardare a chi. Intorno a lei si accalca una folla: c'è chi si inginocchia, chi grida, chi allunga le braccia per strapparle un gioiello. Sullo sfondo una nave piega sotto la tempesta; in primo piano giacciono quelli che sono stati travolti. Accanto alla dea il pittore ha messo due compagne tutt'altro che casuali: l'Ignoranza, con le orecchie d'asino, e l'Ira.

È il ritratto di un modo molto comune di attraversare il dolore: aspettare che qualcosa, fuori, cambi. La persona giusta, il lavoro giusto, il momento giusto. Cicerone scriveva che la Fortuna non solo è cieca, ma rende ciechi quelli che abbraccia, e nel quadro lo si vede: la folla ha gli occhi fissi su di lei e non vede altro. È il porto sicuro delle proprie convinzioni, fatto di frasi come «sono fatto così», «è sempre andata così», «è solo sfortuna». Rassicura proprio perché non chiede di guardarsi dentro.

L'unica che volta le spalle

C'è però una figura che non partecipa alla ressa. A sinistra, in armatura, con l'alloro sull'elmo e un sole sulla corazza, sta la Virtù. Ha posato lo scudo a terra e si copre gli occhi con una mano: piange. Gli storici dell'arte hanno notato che è una scelta insolita, perché nella tradizione la Virtù di solito ha la meglio sulla Fortuna, mentre qui sembra vinta.

Ma è anche l'unica, in tutto il quadro, a voltare le spalle alla dea. Non supplica, non spinge, non aspetta più che qualcosa le cada in mano. Si ferma, e sente. Chi inizia una psicoterapia compie esattamente questo movimento: smette di attendere che la vita si aggiusti da sola e accetta di guardare ciò che fa male, rinunciando a una parte di ciò che credeva di sapere su di sé. Non è un gesto trionfale. Spesso comincia proprio con le lacrime, e da fuori può somigliare a una resa.

Non è la sconfitta della Virtù. È il momento in cui smette di supplicare e comincia a sentire.

Lasciare il porto

Chi va in psicoterapia non è pazzo: è coraggioso. Accetta di navigare nell'ignoto, di lasciare la costa conosciuta per una prospettiva scomoda e precaria, che per un certo tempo non offre certezze. La nave sullo sfondo della Fortuna rende bene la sensazione dei primi passi: il mare è mosso, l'orizzonte incerto. Sulla riva, però, si alza una torre. Chi naviga in acque agitate ha bisogno di un punto da cui orientarsi, più che di qualcuno che prenda il timone al suo posto.

L'altro quadro

Tadeusz Kuntze, Arte (1754)

È qui che entra la seconda tela. Nell'Arte una donna incoronata siede su un trono in cima ad alcuni gradini. Al contrario della Fortuna ha gli occhi aperti, e guarda chi le sta davanti. Versa da una brocca d'oro in una coppa, e un giovane beve; un bambino, accanto, aspetta il suo turno. Non ci sono doni lanciati né strappati: qualcosa viene offerto, un sorso alla volta. In alto, seduto su un arco in rovina, un vecchio con le ali, il Tempo, sovrintende alla scena. Sullo sfondo, pallide come se stessero svanendo, alcune figure danzano e si abbracciano. Una di loro porta ancora una benda sugli occhi.

Il confronto delle due tele parla da sé. Da una parte una sfera che rotola, dall'altra dei gradini da salire. Da una parte l'istante, dall'altra il tempo. Da una parte una dea che non vede nessuno, dall'altra qualcuno che guarda.

Cosa significa, in pratica, lavorarci

La psicoterapia somiglia più al secondo quadro che al primo. Non è un colpo di fortuna né una rivelazione improvvisa, ma un lavoro che chiede tempo, fatto di incontri regolari in cui qualcuno ti guarda davvero, senza giudicare e senza promettere. In primo piano, sulla destra della tela, un giovane sorretto da una donna indica con il dito le figure che danzano sullo sfondo. È un'immagine fedele di ciò che accade in un percorso: i vecchi modi di vedere, di amare, di stare con gli altri continuano ad attrarre, ma si possono osservare senza esserne trascinati, perché nel frattempo qualcuno ti sostiene. La terapia è una guida, un faro: illumina la rotta, non la percorre al posto tuo.

Chi beve dalla coppa, infatti, è sempre il paziente. Nessuno può farlo al suo posto. Se un percorso riesce ad allentare le proprie gabbie mentali, il merito appartiene a chi ha avuto il coraggio di cominciarlo.

In una giornata dedicata alla salute mentale si parla, giustamente, di accesso alle cure e di pregiudizi da superare. Forse vale la pena aggiungere una cosa più semplice. Voltare le spalle alla Fortuna non è arrendersi. È smettere di aspettare.