In seduta capita spesso di sentire una frase che sembra una buona notizia: "dal punto di vista sessuale va tutto bene, davvero, non abbiamo problemi". Poi, scavando un po' più a fondo, a volte emerge un'altra frase, meno rassicurante: "per lui/lei va bene. Io, in quei momenti, non saprei dire dove sono". Non c'è un conflitto da raccontare, non c'è un sintomo evidente da portare in terapia. Eppure qualcosa, in quell'intimità, resta fuori dalla stanza.

Uno studio del 2025 pubblicato sul Journal of Sex & Marital Therapy, condotto su un campione clinico di 484 persone in terapia sessuale, dà a questa sensazione un contorno più preciso. Analizzando sei dimensioni di sessualità legate a esperienze relazionali dolorose, i ricercatori hanno individuato tre profili distinti. Il più sorprendente non è quello con i sintomi più evidenti — è quello che, in apparenza, sembra reggere meglio di tutti.

Il profilo che sembra funzionare

In questo gruppo — circa un partecipante su dieci nello studio — non emergono le tensioni di coppia che ci si aspetterebbe: il disagio interpersonale riportato è il più basso tra i tre profili individuati, e la funzionalità sessuale, pur non ottimale, non è la più compromessa. È il profilo che, in un colloquio superficiale, verrebbe scartato per primo come "non preoccupante". Eppure sono le persone con il carico di esperienze dolorose pregresse più alto in assoluto tra i tre gruppi, e con i punteggi più elevati su due dimensioni molto specifiche: la dissociazione durante il sesso — sentirsi altrove, distaccati dal proprio corpo — e la tendenza a compiacere il partner, spesso a scapito del proprio desiderio, del proprio piacere, persino del proprio limite personale. È un dato che, in clinica, si incontra più spesso di quanto ci si aspetti: chi arriva descrivendo la propria vita sessuale come "senza problemi" a volte lo fa perché ha smesso, da tempo, di chiedersi cosa provi davvero durante il sesso.

Compiacere come modo di sparire

Vista da un'ottica psicodinamica, questa combinazione racconta qualcosa di molto preciso. Compiacere, in questo contesto, non è gentilezza né disponibilità verso l'altro: è una strategia difensiva, appresa presto — spesso ben prima dell'inizio della vita sessuale adulta — per restare al sicuro dentro una relazione. La logica, mai del tutto consapevole, è semplice: se assecondo, non rischio il conflitto; se non chiedo, non rischio il rifiuto; se non mi oppongo, resto al sicuro. Quando questa logica si trasferisce nella sfera sessuale, il corpo può continuare a partecipare — può anche funzionare, in senso stretto — mentre la persona, nella propria esperienza soggettiva, si assenta.

Non è armonia. È un modo di restare in una relazione senza restare, del tutto, dentro di sé.

Questo studio riguarda specificamente persone con storie significative di trauma relazionale, ed è importante dirlo con chiarezza. Ma il meccanismo che descrive — compiacere al posto di sentire, restare disponibili al posto di essere presenti — esiste su uno spettro molto più ampio di quella popolazione clinica, ed è riconoscibile anche in chi non ha alle spalle un trauma conclamato: in chiunque abbia imparato, da bambino o in una relazione precedente, che il proprio desiderio contava meno del tenere la pace.

Perché non si nota

È proprio questa caratteristica a rendere il fenomeno difficile da individuare, sia da fuori che da dentro. Il partner, spesso, non ha motivo di dubitare: non riceve segnali di malessere, l'intimità sembra scorrere senza attriti. E la persona stessa, se interrogata, fatica a nominare un problema — perché in effetti non c'è nulla di rotto da riparare, nessun sintomo da elencare. Tutto, in superficie, "va bene". Ma un'intimità costruita sulla compiacenza può somigliare all'armonia senza esserlo, e proprio l'assenza di attrito, paradossalmente, può essere il segnale che manca qualcosa di più importante del conflitto stesso: la presenza di sé, nel momento in cui si è più esposti e vulnerabili.

Cosa significa, in pratica, lavorarci

Il lavoro clinico su questo tipo di pattern non parte dal tentativo di "correggere" una disfunzione — perché spesso, in senso stretto, la disfunzione non c'è, o non è la questione centrale. Parte da una domanda più scomoda: quanto, di quello che accade nell'intimità, è davvero scelto — e quanto, invece, è la ripetizione automatica di un adattamento imparato per non deludere, non disturbare, non rischiare l'abbandono? È un lavoro che spesso richiede di rallentare, di imparare a notare la differenza tra "sto bene" e "va bene così", tra un desiderio che nasce da sé e un consenso che nasce dalla paura di dire no.

Ricostruire la capacità di sentire il proprio desiderio — e di riconoscere il momento preciso in cui ci si allontana da sé per assecondare l'altro — è un percorso lento. Ma è l'unico che permette, nel tempo, di distinguere tra una relazione che funziona davvero e una a cui, semplicemente, ci si è abituati ad acconsentire.

Non è questione di smettere di piacere agli altri. È imparare a chiedersi, ogni volta, se in quel sì ci sei anche tu.