C'è una frase che in seduta ricorre più spesso di quanto si pensi: "non provo niente". Non è un'iperbole, e non è nemmeno — come si tende a credere — un segnale esclusivo di trauma o depressione. Uno studio pubblicato nel 2026 su Motivation and Emotion (Westfall & Veilleux, Università dell'Arkansas) ha indagato questo vissuto, l'intorpidimento emotivo, attraverso due ricerche su un totale di 350 persone: solo quattro hanno riferito di non averlo mai provato, e per più della metà è un problema che pesa davvero, non un'esperienza neutra.

Un interruttore che scatta

Le autrici propongono un'immagine efficace: l'intorpidimento come un interruttore di sicurezza che scatta quando il sistema emotivo rischia il sovraccarico — protegge da un danno, proprio come un interruttore elettrico protegge un circuito da una corrente troppo forte.

Non è un guasto. È una soluzione — imperfetta, spesso involontaria — che la mente ha trovato per continuare a funzionare davanti a qualcosa di troppo grande.

È un'immagine che, vista da un'ottica psicodinamica, descrive qualcosa di molto preciso: quello che in psicoanalisi si chiama isolamento dell'affetto, un meccanismo per cui il pensiero resta, l'evento resta, ma la carica emotiva che dovrebbe accompagnarli viene messa altrove.

Quando emerge

I fattori scatenanti più riportati non sono, come si potrebbe immaginare, eventi eccezionali: sono il ricordo di qualcosa di doloroso già vissuto e, più spesso ancora, il semplice esaurimento emotivo — l'accumulo di troppa intensità, non necessariamente un unico evento estremo. Questo spiega perché l'intorpidimento non riguarda solo chi ha attraversato un trauma conclamato: riguarda anche chi convive con un conflitto irrisolto, un lutto non elaborato, un'aspettativa su di sé che non si osa deludere. Il corpo e la mente imparano presto che alcune emozioni "costano" troppo, e trovano il modo di non pagarle — almeno finché qualcosa non le riporta a galla.

Il paradosso di come si cerca di uscirne

Un dato della ricerca colpisce in particolare: le strategie più usate per uscire dall'intorpidimento sono l'isolamento e, a seguire, comportamenti di evitamento — eppure gli stessi dati mostrano che il metodo più efficace, quando viene usato, è un altro: cercare la vicinanza di qualcuno. È lo stesso paradosso che si osserva spesso in clinica: proprio quando ci si sente più distanti da sé stessi, l'istinto porta ad allontanarsi ulteriormente dagli altri — mentre è il contatto, non l'isolamento, a restituire più rapidamente un contatto con ciò che si prova.

Cosa significa, in pratica, lavorarci

Il lavoro clinico su questo tipo di vissuto non parte dal tentativo di "riaccendere" le emozioni a forza, né dal convincersi che si dovrebbe sentire qualcosa che non arriva. Parte da una domanda diversa: cosa sta proteggendo, oggi, quel silenzio emotivo? Da cosa la mente si sta ancora difendendo, e perché continua a farlo anche quando la situazione che l'aveva reso necessario non c'è più?

Non è un percorso rapido. Ma è l'unico che permette di distinguere tra ciò che davvero non si prova più e ciò che, semplicemente, non si è ancora avuto lo spazio di sentire.